"La penisola dei mafiosi" è l’ultimo libro di Bruno De Stefano. L’autore: «la criminalità organizzata non è solo un problema del Sud». «Tra Balzac e Tarantino». Con questo accostamento non scontato, Roberto Saviano etichettò le monografie de "I boss della camorra", lavoro di Bruno De Stefano pubblicato l’anno scorso da Newton&Compton. La casa editrice capitolina pubblica ora il terzo libro di De Stefano, che già dal titolo promette una panoramica ancora più estesa di quella offerta con i precedenti volumi. Con "La penisola dei mafiosi" (480 pagine, 12,90 euro), infatti, il giornalista e scrittore vesuviano amplia il suo raggio d’indagine all’intera realtà nazionale, cogliendo situazioni spesso trascurate dalla cronaca nera e dalla letteratura sulle mafie. A il mediano.it De Stefano racconta il percorso che l’ha portato a questo nuovo sforzo editoriale.
«Nel mio libro», racconta, «traccio una mappa, regione per regione, della presenza dei clan: dove sono insediati, in quali attività sono coinvolti. Ne emerge una distribuzione capillare, che fa sì che le mafie non siano solo un problema del Sud. Occorre infatti rovesciare una convinzione radicata: le mafie non sono un fenomeno esclusivamente meridionale. D’altra parte, la presenza della criminalità organizzata nel Meridione è un argomento già abbondantemente esplorato».
"La penisola dei mafiosi" parla anche di Consigli comunali sciolti per infiltrazioni criminali.
«Da questo punto di vista, il 90 per cento dei casi si registra nel Meridione. Da questi piccoli comuni del Sud partono le carriere di politici che poi emergono a livello nazionale. Segno che la commistione tra politica e criminalità è un fenomeno più profondo di quello che si pensa».
La mafia è ben presente anche al Nord, dunque. Ma quanti di questi sodalizi del malaffare sono di origine settentrionale?
«Ben pochi. Abbiamo un caso noto in Veneto, con la mafia del Brenta. Per il resto, è tutto importato dal Sud. Le regioni settentrionali sono un ambiente dove investire gli ingenti capitali accumulati dai clan con attività illecite. Abbiamo una presenza della criminalità organizzata, in particolar modo della ‘ndrangheta, in posti insospettabili come la Val d’Aosta. In Lombardia, la ‘ndrangheta tende a riprodurre, nei piccoli centri, la stessa organizzazione sociale dei paesini calabresi di origine».
Quali sono i fattori che incoraggiano l’espansione delle mafie al Nord?
«Da un lato, la società civile settentrionale è meno ricattabile dai poteri criminali, perché è più benestante e ha una maggiore consapevolezza civica. Eppure, questi capitali "sporchi" trovano il modo per insinuarsi in quel contesto, perché, in tempi crisi, sono molto ben accetti. D’altra parte, il mafioso può apparire come un imprenditore insospettabile: la criminalità organizzata ha attraversato una mutazione genetica, è finito il tempo della coppola e della lupara, oggi è una holding che fattura qualcosa come 90 miliardi di euro all’anno. È un’impresa che può avvalersi di un’ala militare che semina morte e terrore, ma è anche una struttura molto capace dal punto di vista del business».
Qual è l’aspetto, nel corso della sua esplorazione, che le ha destato maggiore sorpresa?
«Ignoravo l’esistenza di questi gruppi in regioni come la Val d’Aosta, associata in genere all’aria salubre e alle attività sciistiche. D’altronde, il fenomeno è ampiamente sottovalutato dallo Stato. Oggi c’è maggiore consapevolezza su queste tematiche, ma la debolezza della risposta dello Stato si spiega con il fatto che le mafie sono utili a molte persone, sono in qualche modo funzionali al sistema Italia. Rappresentano una fonte di consenso elettorale e un’occasione per fare affari. Ben venga la risposta militare delle istituzioni, ma finché non si spezzano questi legami sottili tra criminalità, imprenditoria e politica, il cuore del problema resterà immutato. Infatti, sebbene gran parte dei boss siano oggi in carcere, le organizzazioni criminali mostrano una loro forza inalterata. Ecco perché la battaglia non va condotta solo sul piano militare».
Autore: Luigi Mosca