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INNOVAZIONE E CREATIVITÀ: DA DOVE RIPARTE L’ECONOMIA

Categoria: Campania, Regione d’Europa
Data: 19/02/2012
Produzione industriale in calo, pochi investimenti nella ricerca, scarsa attitudine all’innovazione dei prodotti e dei processi produttivi: l’Italia ristagna in un sistema economico superato che non ha ancora trasformato se stesso.

In un quadro di alta competizione alla scala globale – in particolare nei settori tradizionali – i sistemi locali devono puntare sulle produzioni a più alto contenuto tecnologico per acquistare nuovi segmenti del mercato. La creatività e l’innovazione, legate alla produzione industriale, sono così diventate la forza trainante di molte aree, grazie alla creazione di agglomerati regionali dove imprese, centri di ricerca e università (con il sostegno del settore pubblico) collaborano a stretto contatto. Questa sinergia ricerca-impresa è il vero valore aggiunto per uscire dalla crisi delle produzioni tradizionali che sta attraversando diversi Paesi occidentali.
In questi processi il ruolo degli attori locali e delle politiche territoriali ha la stessa importanza.

L’innovazione non è una fase “naturale” dello sviluppo, ma ha bisogno di una cornice politico-amministrativa decisa ad investire nei settori strategici. Si tratta, inoltre, di produzioni e attività che per la loro natura tendono alla concentrazione territoriale, proprio per la possibilità di sfruttare le esternalità offerte da imprese che operano nello stesso campo, da enti di ricerca, da infrastrutture e mercati adeguati.
I Paesi europei che investono maggiormente sull’innovazione e sull’economia “creativa” (legata alla produzione artistica, all’editoria, alla moda, al cinema) sono la Svezia, la Finlandia, i Paesi Bassi, la Danimarca e la Germania. Al polo opposto troviamo i quattro grandi Paesi meridionali dell’Unione (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia). La frattura tra un’Europa centro-settentrionale virtuosa e un Sud in ritardo – presente in molti settori – sembra ancora più netta in questo caso.

La principale differenza è costituita dagli investimenti pubblici e privati nelle risorse umane e nell’innovazione e nell’attenzione verso le nuove tecnologie e l’economia dell’informazione.
Alla scala italiana ci sono molte divergenze. Un dato interessante messo in risalto da diversi studi sul tema è la crescita marcata, negli ultimi vent’anni, della popolazione attiva nel campo dell’economia creativa, pari circa al 20-25% della forza lavoro. La crescita non è solo italiana. Tutti i grandi Paesi occidentali sono entrati da tempo nell’era post-industriale; l’Italia sta seguendo – con un leggero ritardo – questo passaggio e il settore terziario è diventato il primo per addetti ed incidenza sul PIL.
I poli principali di innovazione della penisola sono le grandi città, tra cui Napoli (sebbene in posizione più arretrata rispetto a Roma, Milano, Torino, Bologna, Firenze, Genova).

Molte province del Mezzogiorno presentano indici bassi e restano ancorate alla produzione industriale tradizionale oppure ad un terziario basato sulla pubblica amministrazione e sui servizi più “banali”. E’ normale, comunque, che siano le grandi città a specializzarsi nei settori più avanzati, proprio per quella tendenza all’agglomerazione che nel caso specifico dell’economia dell’innovazione è particolarmente evidente. La città rimane la sede ideale dell’innovazione. Una maggiore concentrazione di ricchezza, l’elevata densità di attività e relazioni, la grande diversità imprenditoriale, sociale ed etnica, i centri culturali e di ricerca, rappresentano gli elementi cardine per sostenere le attività più avanzate.
Le città italiane – pur con qualche elemento di punta – rimangono lontane dai livelli di specializzazione delle realtà urbane europee. Ma è l’intero sistema-paese a mostrarsi debole.

Una parte della crisi economica italiana può essere spiegata proprio da questa incapacità a compiere in modo organico e definitivo il “salto” verso forme produttive più moderne. Il “Made in Italy” – asse trainante delle esportazioni nazionali negli anni d’oro – è per sua stessa natura centrato su produzione a basso contenuto tecnologico e di innovazione e subisce più di altri settori la concorrenza internazionale dei nuovi produttori (a costi più bassi).
I vecchi modelli teorici sulla crescita economica sostengono che – in situazioni di crisi – ogni sistema si trova di fronte ad una biforcazione: l’innovazione (in senso ampio, ossia aprirsi a forme nuove di produzione) oppure il definitivo ristagno. La possibilità di imboccare il primo percorso risiede, in buona parte, nell’abilità della politica a sostenere e accompagnare i processi virtuosi, liberando risorse per la ricerca e per ridurre il gap tecnologico che ancora separa l’Italia da molti Paesi europei.
(Fonte Foto:Rete Interent)

Autore: Mario Cimmino
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